Gli antropologi descrivono una condizione, presso i popoli cosiddetti primitivi, chiamata perdita dell’anima, in cui l’individuo è estraniato da sé, non riesce più a ritrovare contatto, né all’esterno, con gli esseri umani, né all’interno, con se stesso.

È incapace di partecipare alla vita sociale, ai riti e alle tradizioni: sono cose morte per lui e lui è morto per loro.

Il legame con la famiglia, con il tempo e con la natura è scomparso. Finché non si riapproprierà della sua anima, quell’uomo non è più veramente umano.

È assente, è come se non avesse mai ricevuto l’iniziazione, come se non avesse mai ricevuto il nome, come se non fosse mai veramente nato.

L’anima non solo la si può perdere: essa può anche essere per posseduta, stregata, trasferita in un oggetto, in un animale, in un luogo o in un’altra persona.

L’uomo che ha perduto l’anima ha perduto il senso di appartenenza sociale e il senso di comunione con la potenza degli Dei.

Questi non possono più raggiungerlo, perché egli non può più pregare, né offrire sacrifici, né eseguire danze.

Il suo mito personale e il nesso con il mito più vasto della sua gente, come rescissi, sono perduti.

Eppure non è una malattia, né è uscito di senno: semplicemente ha perduto l’anima e rischia addirittura di morirne: noi, oggi, ci sentiamo soli. Non c’è bisogno di citare altri paralleli con la nostra situazione odierna.

Un giorno al Burghölzli, il famoso ospedale di Zurigo dove studiò Jung e hanno visto la luce le parole schizofrenia e complesso, assistetti al colloquio psichiatrico con una paziente.

Era vecchia e debole e stava sulla sedia a rotelle: diceva di essere morta, perché aveva perduto il cuore; lo psichiatra le fece appoggiare la mano sul petto, al posto del cuore: se poteva sentirlo battere, disse, significava che l’aveva ancora.

“Questo” rispose la donna “non è il mio vero cuore”.

Paziente e psichiatra si fissarono in silenzio: non c’è altro da dire.

Come l’uomo primitivo che ha perduto l’anima, quella donna aveva perduto il legame di amore e di coraggio con la vita; e era quello il suo cuore vero, non l’organo che può continuare a pulsare anche isolato in un flacone di vetro.

È una visione diversa dalla realtà: così radicalmente diversa da far parte della sindrome della follia eppure, le visione di quella donna, nella sua depersonalizzazione psicotica, non è meno comprensibile di quella del medico che cerca di convincerla che il suo cuore è sempre al suo posto.

Nonostante la complessa organizzazione e tutto denaro impiegati nella ricerca medica e tutta la pubblicità fatta dall’industria della salute e del tempo libero per dimostrare che il reale è il fisico e che la perdita dell’anima e del cuore sia solo immaginaria,

Io credo all’uomo primitivo come alla paziente di Zurigo.

È vero: è possibile e succede di perdere l’anima. Io credo, con Jung,  che l’uomo moderno ciascuno di noi sia alla ricerca di un’anima.

In memoria di J. Hillman, psicologo analista junghiano, 1926-2011

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