Fino a non molto tempo fa un dogma campeggiava nello studio scientifico del cervello: finita la maturazione dell’adolescenza il cervello rimane uguale a se stesso per tutta la vita, fino alla graduale degenerazione senile. Tutto ciò contrastava fortemente con ciò che si poteva osservare in ogni psicoterapia riuscita: che cioè è possibile un cambiamento profondo degli atteggiamenti umani, delle nostre credenze e dei nostri valori, del nostro modo di vivere; che è possibile un superamento di molti nostri limiti e patologie.

Questa fondamentale differenza non ha fatto che impedire la comunicazione e la condivisione fra neuroscienze e psicoterapia. In questo contesto di campi estranei di ricerca, Roberto Assagioli fin dal 1909 parlava di inconscio plastico, vale a dire di quella regione del nostro inconscio che come una lastra fotografica (non c’era ancora la fotografia digitale) può rimanere impressionata e quindi influire sulle nostre emozioni e i nostri comportamenti.

L’inconscio plastico ci dona perciò un’indefinita capacità di apprendere, di elaborare, di creare.

Assagioli formulò una serie di leggi che regolano le nostre possibilità di impressionare l’inconscio plastico e indirizzarlo secondo il nostro volere. Fra queste la legge I, la quale sostiene che immagini e idee producono condizioni fisiche ed emozioni ad esse corrispondenti; la legge VI, per cui l’attenzione concentrata su idee e immagini le alimenta e le rafforza; la legge VII , secondo cui la ripetizione di atti intensifica la tendenza a compierli.

L’esistenza di un inconscio plastico accanto a quello strutturato indica concrete e straordinarie possibilità di trasformazione e di cambiamento conscio e deliberato di atteggiamenti mentali, disposizioni emotive, e comportamenti nei campi dell’educazione, dell’autoformazione e della psicoterapia.

Dagli anni novanta in poi l’idea della immutabilità strutturale del cervello è stata sostituita dall’idea della sua plasticità. L’opera di Eric Kandel nel campo della memoria è all’origine di questo cambiamento epocale.

Sperimentando sulla lumaca marina aplysia, dotata di neuroni particolarmente grandi, e sottoponendo questo animale a una serie di scariche elettriche, Kandel notò che il suo sistema nervoso cambiava e le connessioni sinaptiche fra neuroni motori e neuroni sensoriali si moltiplicavano. In questa maniera scoprì che c’era un rafforzamento delle connessioni fra neuroni che diventava strutturale: “Ciò che in modo particolare mi affascinava – dice Kandel – era la possibilità che la psicoterapia, che presumibilmente funziona col creare le condizioni per cui le persone imparano a cambiare, produce cambiamenti strutturali nel cervello, e che siamo ora nella posizione di valutare questi cambiamenti direttamente.

I celebri studi sui tassisti di Londra (che devono memorizzare vaste quantità di informazioni stradali) paragonati ai guidatori di autobus (che invece fanno sempre lo stesso percorso) mostrano che il loro cervello ha formato aree più sviluppate come conseguenza dell’apprendimento, interiorizzazione e uso prolungato di mappe stradali. Lo stesso si è scoperto nel confronto fra la mappatura cerebrale di musicisti e non musicisti; di esperti e di inesperti nell’uso di computer; di studenti di medicina che stanno preparando un esame e altri studenti che invece non lo stanno preparando. E via dicendo. In tutti questi casi si sono evidenziate differenze nei circuiti neuronali dovute alla ripetizione di pensieri e di comportamenti.

Insomma il cervello è plastico e può essere plasmato a seconda di ciò che facciamo e di ciò che pensiamo.

Le attività e i pensieri ripetuti lasciano una traccia profonda nell’organizzazione dei circuiti neuronali. Ciò che prima pareva rigidamente immutabile ora è visto come suscettibile di trasformazione volontaria. È chiaro che questi dati ci costringono a rivisitare l’idea di natura umana: a vederla non come una struttura inalterabile in cui siamo imprigionati, ma come matrice fisiologica di innumerevoli possibilità e trasformazioni.

Questo orientamento coincide da sempre con il pensiero della Psicosintesi.

Piero Ferrucci