Forse non tutti ne abbiamo consapevolezza ma oggi tra i 30 e i 40 anni si svolge una parte delicatissima e fondamentale dello sviluppo psichico e personale di ognuno di noi. Se fino a qualche decennio fa la vita adulta, con le sue responsabilità, verso noi stessi e la società, doveva iniziare poco dopo il termine degli studi e culminava coll’ingresso nel mondo del lavoro e con la costituzione di solide relazioni affettive, matrimonio e figli, oggi gli equilibri richiesti alla nostra psiche sono ben più complessi.

Siamo molto più liberi ma fondamentalmente più soli e “abbandonati a noi stessi” nel compito di maturare. Nell’arco di tempo che ci vede uscire da quella che potremmo definire “adolescenza quasi-perenne” verso l’età adulta, la nostra psiche si trova nella condizione di doversi confrontare con un mondo meno rassicurante e più fluido.

I tempi di maturazione si dilatano quasi inevitabilmente, accusiamo la mancanza di punti di riferimento chiari e univoci, viviamo in un mondo che raramente aiuta e invoglia a crescere ed evolvere le potenzialità di espressione la consapevolezza di sé e una maggior indipendenza rispetto ai condizionamenti e alle aspettative altrui.

Il decennio dei nostri trent’anni ci vede indirizzati con grande intensità verso la ricerca e la soddisfazione nell’ambito lavorativo e, contemporaneamente, ci spinge a confrontarci con la potenzialità di creare un nostro nucleo famigliare.  

Purtroppo questa ricerca viene spesso fatta per cercare rassicurazioni, un senso di statica stabilità, punti di riferimento esterni che ci possano sostenere o ai quali poterci adeguare, il tutto attuando massicce compensazioni psichiche. Così ci si crea a poco a poco una maschera inconscia.

E oggi nessuna istanza sociale, nessuna prova del fuoco, nessun momento di iniziazione più ci accompagna e sprona a misurarci con la nostra maturazione, o ci offre, come succedeva fino a ieri, una maschera già preconfezionata.

Così le richieste irrisolte della nostra infanzia e adolescenza, assieme ai condizionamenti che inevitabilmente ci hanno accompagnati aggrovigliandosi in complessi dentro di noi, spesso rimangono non del tutto consapevolizzati o affrontati ma, nella migliore delle ipotesi, “messi da parte” e ricoperti da una maschera inconscia e difensiva, che si struttura diventando alla lunga soffocante.

Per reazione e auto-protezione, più ci si avvicina ai 40 anni e più ci vediamo consolidati nel nostro orientamento personale e nella nostra “situazione sociale”, nel nostro mito personale e più sembra di avere finalmente scoperto, come dovrebbero e come andranno le cose, gli ideali e gli esatti meccanismi della nostra vita. Dopo tanti sforzi, tendiamo a sentirci protetti e rassicurati dal ruolo sociale raggiunto, dallo status che ci viene riconosciuto e dall’idea di poter controllare la nostra vita.

Ci stiamo identificando con le nostre maschere, con le nostre corazze difensive. Dimenticandoci però che noi siamo molto più ricchi e profondi. Ci capita di sentire e pensare che i principi ai quali ora ci ispiriamo abbiano un valore divenuto incrollabile e consideriamo giusto e utile seguirli per il resto della nostra esistenza. Seguendoli penseremo di dimostrare a noi stessi di essere usciti con forza dallo scacco dei nostri condizionamenti, dai nostri nodi inaffrontati, dei nostri complessi irrisolti.

Questo però avviene a scapito innanzitutto delle nostre energie, represse per rassicurare chi ci circonda, consolandoci nel: “io non so chi sono, ma lo sapranno gli altri.”

Una riflessione essenziale viene ad illuminare questo tipo di movimento interno, citando Jung: non si raggiunge lo scopo sociale se non a scapito dell’intera personalità.”

Personalità che al contrario desidera espressione, svolgimento e sintesi di quelle energie interne bloccate e in attesa di avere un loro ruolo nella nostra crescita di individui.

Un’importante fetta della nostra vita potrebbe essere rappresentata dall’immagine di un ripostiglio pieno di ricordi accatastati e polverosi o da un caminetto spento e freddo che nasconde sotto la cenere accumulata ormai negli anni carboni ardenti pronti a divampare  di nuovo.

Le statistiche mostrano che le depressioni e il senso di vuoto (che l’accumulo degli oggetti, il mero status sociale, né le sole relazioni possono certo riempire) aumentano molto negli uomini intorno alla quarantina. Nelle donne questo vissuto può iniziare comunemente ancora prima.

Fra i trentacinque e i quarant’anni, si prepara una profonda modificazione dell’anima umana. Subito non ne siamo coscienti, quindi non riusciamo ad osservarla o controllarla: ma intuiamo che qualcosa si muove nel fondo della nostra psiche, una sorta di inquietudine ci sfiora.

Spesso avviene come una lenta deformazione del carattere: ricompaiono tratti spariti sin dall’infanzia, oppure accade che inclinazioni e interessi avuti e manifestati fino ad allora comincino ad annoiarci, facendo posto ad altri, le idee e i princìpi che ci hanno guidato fino ad oggi assumano una durezza e una rigidità che, andando avanti negli anni, può giungere, fino all’intolleranza e al fanatismo.

Quello che accade è che tutto ciò che fino ad ora, con sforzo, si è adeguato al mondo nella corazza e nelle maschere che indossiamo quotidianamente si senta minacciato nell’esistenza e cerchi così di resistere, irrigidendoci in un sorta di gabbia o sarcofago.

Le angosce, le ansie e i conflitti interni diventano così molto frequenti in quest’età e tendono ad assomigliarsi in quanto tutti hanno la caratteristica di portare le dinamiche psichiche dell’età precedente oltre la soglia dei quarant’anni.

Per così dire, la maschera tenta di soffocare una volta per tutte l’anima.

L’anima, quel tizzone che arde nascosto dentro di noi vuole partecipare alla nostra vita, arricchirla, integrarla, finalmente esprimersi ed illuminarci in quella ricerca di significato che è proprio il contrario di un passivo adeguamento alle maschere sociali, a fiamme dipinte.

E come un fuoco che va alimentato, curato e seguito con attenzione ci illumina, riscalda e nutre, una personalità reintregrata di ogni suo elemento prima rimosso o rinchiuso in complessi difensivi, è il centro essenziale della crescita dell’individuo come proprio il fuoco lo è stato per la specie umana.

Mentre una personalità irrigidita e difensiva può essere incapace di sciogliere i complessi e i conflitti interni irrisolti e protratti a volte fin dall’infanzia, sviluppando sintomi via via sempre più pesanti, dolorosi e difficili da sciogliere con efficacia perché vi confluisce, costituendoli,  tutta l’energia bloccata nello scontro fra ciò che potremmo essere, la spinta dell’anima e ciò che ci costringiamo ad essere, ovvero la nostra maschera sociale inconscia e difensiva. Come in un conflitto fra eserciti di forza simile, lo scontro non risolve nulla, ma tende a distruggere gli eserciti stessi e il campo di battaglia.

L’individuo che sta combattendo contro se stesso rischia di non riuscire mai del tutto ad essere nel presente come vorrebbe e non può neppure mai rallegrarsi del passato. Prima non riusciva a staccarsi dall’infanzia; ora non riesce ad integrare efficacemente il periodo di una adolescenza protratta e mimetizzata da maturità tutta di facciata.

Solo un lavoro attento di consapevolizzazione, integrazione e sintesi di ogni nostra parte può aiutarci a vivere in toto le potenzialità di ogni fase della nostra vita, permettendoci di esprimere appieno il nostro potenziale psichico individuale.

Proprio per questo, a differenza di ciò che esprime un certo pregiudizio superficiale, un percorso di psicoterapia dovrebbe essere inteso innanzitutto come un dono, un investimento di fiducia e coraggio verso i noi stessi del passato e del futuro.

 

 

“I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra,
i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere”

Sun Tzu